Rendiconti della Accademia Nazionale delle Scienze, detta dei XL
Memorie di Scienze Fisiche e Naturali
Vol. 116, serie V, vol. XXII - II, 1998.
 
 

Il dialogo sull’origine delle montagne di Valerius Faventies

(De montium origine, 1561)

 
 
 
 
 

Memoria di Paolo Macini e Ezio Mesini
Dipartimento di Ingegneria Chimica, Mineraria e delle Tecnologie Ambientali
Università degli Studi di Bologna
Viale del Risorgimento, 2  -  40136 BOLOGNA


Riassunto

Il De montium origine è un breve dialogo che tratta il tema dell’origine delle montagne. Scritto in lingua latina da Valerius Faventies, autore di cui poco o nulla sappiamo, fu pubblicato a Venezia nel 1561, sotto gli auspici dell’Accademia Veneta. Esso raccoglie minuziosamente tutte le teorie note agli studiosi del tempo riguardo alla nascita ed alla possibile evoluzione nella storia delle terre emerse. Da erudito, Faventies rielabora e riassume tutte le teorie e le ipotesi sull’origine delle montagne attraverso le fonti dei classici greci, latini e medievali.
L’approccio di Faventies al problema dell’origine delle montagne non è tuttavia quello di un grande innovatore, almeno sul piano dell’apporto di contributi concettuali originali: le nuove concezioni sulla speculazione geologica che costituiscono il primo decisivo strappo nell’ormai infeltrito tessuto del pensiero cinque-seicentesco saranno esposte solo nell’opera di Nicolò Stenone, nota come Prodromus (1669).
Faventies non riesce a fare i collegamenti tra le varie teorie che espone, né riesce a trarre qualche conclusione che possa essere di spunto per una verifica sul campo; egli non è né un osservatore, né uno sperimentatore. Nulla è accennato, compreso o dedotto tramite la possibilità dell’osservazione diretta della natura. Georgius Agricola, che aveva già fatto scuola in fatto di osservazione diretta e non speculativa, rimane lettera morta. Faventies sembra non conoscere la sua opera, o volutamente non la cita, anche se riprende a larghe mani le descrizioni sulle cause dell’origine delle montagne riportate da Agricola nel De ortu et causis subterraneorum. Fortunatamente però, Faventies riesce a raccogliere tutte le conoscenze derivate dalla tradizione con buon ordine, unitamente ad una non comune chiarezza espositiva.


L’origine delle montagne tra scienza e letteratura

Est prope Pittheam tumulos Troezena, sine ullis
arduus arboribus, quondam planissima campi
area, nunc tumulus: nam (res horrenda relatu)
vis fera ventorum, caecis inclusa cavernis,
exspirare aliqua cupiens luctataque frustra
liberiore frui caelo, cum carcere rima
nulla foret toto nec pervia flatibus esset,
extentam tumefecit humum, ceu spiritus oris
tendere vesicam solet aut derepta bicornis
terga capri; tumor ille loci permansit et alti
collis habet speciem longoque induruit aevo.

Ovidio, Metamorphoseon libri, XV, 296-306.

Vicino a Trezene, città di Pitteo, si leva altissimo un colle
senza neppure un albero, un tempo pianura di campagna
e ora appunto colle: questo perché (e incute terrore raccontarlo)
la violenza selvaggia dei venti, chiusa in cieche caverne,
volendo erompere da qualche parte, dopo aver lottato invano
per godere di maggior libertà nel cielo, visto che non c’era
in tutti quei sotterranei una fessura per dar sfogo alle raffiche,
tendendola gonfiò la terra, come il fiato della bocca
gonfia una vescica o un sacco fatto con pelle
di caprone: gonfiato è rimasto quel luogo e ha l’aspetto
di un’alta collina consolidatasi col passare del tempo.

(Trad. it. di Mario Ramous) [1]
 

Le scienze della terra, ed in particolare le teorie sull’origine delle montagne, sono argomenti che poco hanno interessato gli scrittori e gli scienziati dell’antichità, forse a causa di una sorta di sacralità e di naturale ammirazione che da sempre ha ispirato forme di rispetto tali da considerare le cime più elevate della terra come luoghi deputati per la residenza del divino, punti singolari carichi di un simbolismo energetico non inquadrabile nei termini di un semplice ragionamento, per quanto raffinato lo si possa concepire. La montagna è il luogo della conoscenza sapienziale, terra di incontri mistici, accesso a mondi ed a vite parallele.
Come è noto, sembra che il termine "geologia" sia stato originariamente impiegato da Riccardo da Bury, vescovo di Durham e autore del più antico trattato di bibliofilia (Philobiblon, 1345) [2], per indicare la giurisprudenza (scienza che studia le cose terrene, ossia le pratiche dei fenomeni di costume) in contrapposizione alla "teologia" (scienza che studia le cose divine). Geologia contro Teologia. In seguito, è solo Ulisse Aldrovandi che pone tale termine (geologia, ovvero de fossilibus) come titolo di parte del materiale pubblicato postumo nel Musaeum metallicum (1648), attribuendogli il significato a noi oggi più familiare. Nei secoli successivi l’uso - ancorché assai scarso - ed il significato del termine geologia seguono le incertezze degli sviluppi delle osservazioni naturalistiche e paleontologiche, e si confondono con lo studio della storia della terra, allora nota come cosmologia. Infatti, ancora nella seconda metà del XVIII secolo il termine è assente sia nell’Enciclopédie di Diderot e D’Alembert (1751-1781), sia nel Dictionnaire de l’Académie Françoise (edizione del 1776). Solo nella prima metà dell’ottocento, con la fondamentale opera di Charles Lyell (Principles of geology, 1830), il termine geologia inizia ad essere impiegato nel senso attuale, come "scienza che studia le cose della terra dalle origini fino al presente" [3].
In realtà, i primi dibattiti dedicati alla questione delle possibili cause ed ai motori primi di un’ipotetica geodinamica (divina o terrena) delle catene montuose hanno avuto origine solo in tempi recenti, e segnatamente a partire dal XVII secolo, in coincidenza con i lenti sviluppi delle scienze della terra in senso moderno, che hanno portato, tra vari sussulti e feroci polemiche [4], alle concezioni attuali sulla trasformazione della forma esterna del nostro pianeta e ad una nuova concezione delle dimensioni e dello scorrere del tempo geologico [5]. Occorre aspettare infatti la fine della seconda metà del settecento per vedere formulati i primi concetti scientifici moderni, Interessanti sono a questo proposito le osservazioni contenute nell’opera del grande scienziato e pensatore russo Mihail Vasil’evic Lomonosov, i cui interessi hanno abbracciato quasi tutti i campi dello scibile umano del tempo. Egli spiegò per la prima volta (O slojah zamnyh, 1763) l’origine delle rocce scistose in modo corretto: esse si sarebbero formate per deposizione in bacini marini di periodi geologici molto antichi. Inoltre, Lomonosov collegò i processi orogenetici alle azioni vulcaniche ed ai movimenti "tettonici" della crosta terrestre [6].
Questi concetti furono definitivamente consacrati sul piano più schiettamente geologico dal medico e agricoltore scozzese James Hutton (Theory of the earth, 1788). Convenzionalmente, l’inizio della geologia in senso moderno viene fatta risalire proprio al 1788, quando Hutton espose alla Royal Society di Edimburgo la sua rivoluzionaria opera, in aperto contrasto con l’autorità indiscussa della scuola nettuniana dell’Accademia montanistica di Freiberg e del suo massimo esponente, Abraham Gottlob Werner.
Prima di tutto questo esistono però alcune interessanti eccezioni.

Nella storia della cultura occidentale si possono identificare alcune teorie embrionali (o meglio, ragionamenti) per spiegare l’origine delle montagne disseminate in opere di vario argomento, peraltro sotto forma di apparizioni più o meno casuali, sporadiche e non organizzate, a partire dall’inizio del classicismo greco. Tradizionalmente, il passo di Ovidio sopra riportato è considerato come la prima testimonianza scritta tramandataci sulle cause prime della formazione delle montagne [7]. Idealmente parallela alle frammentarie osservazioni aristoteliche contenute in alcuni passi dei Meteorologica [8] ed a qualche cenno contenuto nella Geographia di Strabone [9], tale passo delle Metamorfosi riporta molto probabilmente le concezioni pitagoriche su tale questione, segnando in modo indelebile il pensiero geologico per quasi due millenni, almeno fino alla fondamentale opera di Stenone (Prodromus, 1669), responsabile del salto epistemologico moderno che ha portato ad un diverso approccio nei confronti delle scienze della terra. Come accennato, i brevi cenni contenuti nei Meteorologica rimangono fondamentali per tutta la speculazione successiva. È bene rilevare che Aristotele, molto più interessato a problemi relativi alla formazione dei minerali, non discusse a fondo le implicazioni geologiche che nacquero in epoca posteriore dalle sue teorie cosmologiche; egli riconobbe comunque che un tempo alcune parti della terra erano state sommerse dal mare, mentre altre zone, ora coperte dai mari, erano state a loro volta terre emerse, e diede ragione di ciò grazie all’osservazione dell’erosione provocata dagli agenti atmosferici. "In seguito, altri autori greci considerarono l’erosione ad opera delle acque come una prova dell’origine della Terra nel tempo, perché, avevano affermato, se questa esistesse da sempre, le montagne e le altre caratteristiche del paesaggio terrestre sarebbero ormai scomparse" [10].
Per quanto esotica possa sembrare, la forza generatrice dei "venti sotterranei" (tradotta in linguaggio attuale, l’azione dei gas vulcanici), già presente nel pensiero pitagorico e greco, se depurata dal senso mitico e riportata nel corretto senso figurato, è in realtà attualmente riconosciuta come un agente primario del sollevamento e dell’origine di numerose strutture geologiche, e nessuno studioso moderno potrebbe rinunciarvi con semplicità. L’originalità di questo pensiero nasce solamente dall’osservazione diretta o dalla narrazione udita da un anonimo navigatore che ha assistito a qualche fenomeno eruttivo presso uno dei numerosi vulcani della regione mediterranea, oppure ha un’altra origine?
Lucrezio e Seneca, Plinio e Solino, capostipiti di numerose quaestiones naturali circa le scienze della terra, non affrontano in alcun modo il problema dell’origine delle montagne, e lasciano al pensiero medievale l’estrema libertà di interpretare quel poco che era giunto a Roma dal pensiero greco, sebbene alla luce di una nuova concezione del mondo.
L’evoluzione del pensiero circa l’origine del mondo geologico fino agli inizi del XIX secolo è senza dubbio dominata dall’influenza delle sacre scritture e dall’autorità degli antichi. Centrali sono quindi le speculazioni circa il diluvio universale, che si trascineranno per oltre un millennio; infatti, l’apparizione delle terre emerse nella forma attuale non può essere spiegata senza fare riferimento a questo evento, che era ritenuto di portata globale. Fondamentale diviene dunque la speculazione su dove siano finite le acque che un tempo ricoprivano il globo. Severiano di Gabala, Giovanni Filopono, Beda il Venerabile e Pietro Lombardo ritenevano che la creazione delle valli o lo sprofondamento dei fondali oceanici fosse funzionale al contenimento delle acque in eccesso e quindi necessario per la comparsa delle terre emerse [11].
Nei secoli seguenti, tutti i problemi relativi ai mutamenti di posizione delle masse di acqua e di terra che costituiscono il globo, posto al centro dell’universo, l’origine dei continenti, degli oceani, delle montagne, dei fiumi e la questione sulla presenza o sulla generazione di fossili, minerali e metalli vennero quindi lasciati alla speculazione "filosofica": l’osservazione diretta e le domande poste agli oggetti vivi di questa scienza (le rocce, i minerali e i fossili), libere dai condizionamenti e dai pregiudizi della tradizione accademica, sono frutto solo dell’ultimo scorcio del XVIII secolo.

Le concezioni più interessanti sull’evoluzione della terra nel tempo comparvero però verso la fine del primo millennio, e si rintracciano soprattutto nel pensiero di alcuni scrittori arabi, ed in particolare nello pseudo-aristotelico De elementis (De causis et proprietatibus elementorum, IX Sec.) che, insieme al Liber de mineralibus di Avicenna (X Sec.) ed ai Meteorologica di Aristotele, il famoso trattato sui fenomeni che avvengono nell’atmosfera (includendo quindi anche la formazione degli oggetti del mondo minerale), sono state le principali fonti per lo studio della geologia nel medioevo. Il De elementis è un’opera araba di geologia, probabilmente tradotta da Gherardo da Cremona a Toledo nel XII secolo, mentre il Liber de mineralibus è un’aggiunta medievale al quarto libro dei Meteorologica; sicuramente spuria [12] (probabilmente di Avicenna), fu tradotta dall’arabo in latino da Alfredo di Sareshel (Alfredus Anglicus) in Spagna attorno al 1200. Come accennato, Aristotele riconobbe che un tempo alcune parti della terra erano state sommerse dai mari, e viceversa, e attribuì tale fenomeno all’erosione provocata dagli agenti atmosferici. Egli propose anche una spiegazione sull’origine dei fiumi e sulla genesi dei minerali. Affermò che i fiumi traevano origine da fonti formate in parte da acqua che, evaporata dal mare per effetto del calore solare, si sollevava in aria a formare le nubi, che la restituivano sotto forma di pioggia; questa, filtrata attraverso le rocce porose, scaturiva di nuovo dal terreno dando origine a sorgenti e, attraverso i fiumi, tornava al mare. Aristotele ritenne però che l’acqua fosse prodotta anche all’interno della terra per la trasformazione di altri elementi; infatti, nel mondo sublunare gli elementi erano ritenuti instabili (a differenza di quelli costituenti le sfere celesti), poiché si potevano combinare e scomporre secondo le rispettive qualità (caldo, freddo, solido, fluido). La genesi dei minerali era invece imputata ad esalazioni generate nell’interno della terra grazie all’azione dei raggi solari: le esalazioni umide producevano metalli, mentre quelle secche i fossili (fossilia). In particolare, i metalli sarebbero stati originati per l’intrappolamento di esalazioni fluide all’interno delle rocce, dove sarebbero state in seguito "congelate" da qualche processo essiccativo; poiché si supponeva che tale processo fosse simile a quello del congelamento dell’acqua, i metalli erano ritenuti, in un certo senso, simili all’acqua, e come questa potevano tornare liquidi per azione del calore.

Per quanto riguarda le teorie sull’origine delle terre emerse, alcuni pensatori greci, come l’autore del trattato De mundo, secondo alcuni studiosi fondato sul pensiero di Teofrasto (più noto in questo campo per il trattato De lapidibus), sostenevano "l’esistenza di un equilibrio oscillante tra erosione delle acque e affioramento di nuove terre provocato dal fuoco che, imprigionato nella terra, si sforzava di sollevarsi fino alla sua sede naturale" [13]. In opposizione a questa ipotesi plutoniana fu formulata una teoria puramente nettuniana, anch’essa ricavata dai Meteorologica ad opera di alcuni commentatori greci del tardo ellenismo, fra cui Alessandro di Afrodisia (fl. 193-217 d.C.), secondo la quale la Terra sarebbe stata un tempo tutta sommersa dalle acque, evaporate poi gradualmente per l’azione dei raggi solari, in modo tale da far riaffiorare il terreno. Si credeva così che l’elemento acqua andasse progressivamente scomparendo: in realtà, questa era la conclusione di alcuni pensatori greci del V secolo a.C., suggerita dalla presenza di fossili sulla terraferma. Solo costoro in tutta l’antichità intuirono, a quanto pare, che i fossili erano resti di animali vissuti nell’acqua che un tempo aveva coperto le regioni in cui venivano rinvenuti. La presenza di conchiglie e di resti di animali marini sulle vette delle montagne era stata attribuita dai geografi greci a una parziale ingressione degli oceani, come quella provocata dalle inondazioni della valle del Nilo, oppure si credeva che vi fossero state portate da temporanei diluvi. Quanto alle montagne, la teoria espressa in più recenti commentari greci ai Meteorologica asseriva che un tempo la terra aveva avuto forma perfettamente sferica, e che in un secondo momento l’acqua aveva scavato le valli, facendone sporgere le montagne. Avicenna, l’autore del De elementis respinse ancora una volta questo "nettunismo" puro, e nel suo Liber de mineralibus introdusse una spiegazione "plutonica" dell’esistenza delle montagne.

Il Liber de mineralibus pare non essere altro che la quinta sezione della fisica del Kitab al-Shifa, una vasta ed importante enciclopedia filosofica araba, scritta in Persia agli inizi del XI secolo probabilmente da Avicenna, in cui sono anche affrontati temi ed argomenti geologici e alchimistici. Ivi vengono date spiegazioni sulla formazione di ogni oggetto lapideo in base alla teoria dei quattro elementi. In sintesi, tale teoria ritiene che l’azione del calore solare possa far risalire dall’interno della terra un’esalazione secca che, attraversando la crosta, formerebbe i minerali e gli altri fossilia che si ritrovano al suo interno, mentre un’esalazione umida sarebbe responsabile della generazione dei metalli. "Sono considerate di matrice aristotelica le teorie petrografiche che attribuiscono la formazione di fossilia all’azione di succi e aurae (succus lapidescens, aura bituminosa, etc.) che circolerebbero entro o sopra la superficie terrestre. Di derivazione platonica sono, invece, ritenute le teorie secondo le quali i fossilia, per azione di vis o virtus (vegetabilis, plastica, lapidifica, etc.) si produrrebbero nel terreno da un originario seme, nascendo e crescendo come organismi viventi" [14].

Avicenna ritiene che i materiali lapidei si possano formare in due modi: per pietrificazione della materia argillosa, oppure per "congelamento" o "conglutinazione" delle acque, a causa di una virtù pietrificante racchiusa nel terreno (cioè per precipitazione o per deposizione di materiali solidi contenuti nelle acque superficiali). La pietrificazione della materia argillosa può avvenire sia per conglutinazione della materia acquosa a causa della qualità essiccativa propria della materia argillosa, sia per disseccamento provocato dal calore. Si possono spiegare allo stesso modo i resti pietrificati di animali, conchiglie e piante, prodotti dell’azione della virtù mineralizzante e pietrificante, emanata in modo particolare durante i terremoti. "Avicenna accettò la teoria secondo cui tutta la terra era stata una volta coperta dalle acque ed espresse l’opinione che l’emergere della terraferma e la formazione delle montagne si dovessero talvolta alla sedimentazione sottomarina, ma più spesso a sconvolgimenti sismici provocati dai venti imprigionati sotto la crosta terrestre. Il fango che così affiorava alla superficie si trasformava in roccia in parte perché il sole asciugava e induriva l’argilla, in parte perché l’acqua si "congelava", o nella maniera in cui si formano le stalattiti e le stalagmiti o per una forma di precipitazione provocata dal calore oppure ancora per certa ignota "virtù mineralizzante" generata nell’argilla, che quindi si pietrificava. Così anche le piante e gli animali imprigionati nell’argilla si potevano trasformare in fossili. Dopo essersi così formate, le montagne subivano l’erosione dei venti e delle acque e venivano distrutte a poco a poco" [15], restituendo i detriti alla sedimentazione marina.

Nel panorama della geologia medievale, un contributo fondamentale è rappresentato dall’opera di Alberto Magno. Figura di spicco del nascente Ordine dei Predicatori, Alberto fu scrittore fecondissimo in campo filosofico e teologico. Le sue opere scientifiche sono però solo una piccola parte della sua produzione letteraria: dei quaranta volumi dell’Opera Omnia [16], nove sono dedicati allo studio della filosofia naturale. In genere, si tratta di commentari alle opere di Aristotele, ed in particolare alla Physica, ritenuta il fondamento di tutte le scienze naturali. È bene ricordare che Alberto non aveva a disposizione un’edizione completa delle opere di Aristotele così come potremmo supporla oggi, bensì poteva contare solo su di un certo numero di opere, o su gruppi di trattati noti da manoscritti separati, spesso in differenti traduzioni, oppure di brani inclusi in commentari arabi [17]. Molte leggende sono nate attorno alla figura di Alberto. Ritenuto mago e alchimista, come i suoi contemporanei Michele Scoto e Ruggero Bacone, gli furono falsamente attribuite opere di magia, astrologia e alchimia [18]. Allo stesso tempo fu considerato un santo, e il suo culto iniziò subito dopo la sua morte. Fu finalmente canonizzato nel 1931 e dichiarato santo patrono degli scienziati da Pio XII nel 1941. La geologia e la mineralogia di Alberto furono nella maggior parte ricavate dai Meteorologica, dal De elementis, forse dal De mundo e dal De mineralibus di Avicenna; egli non riportò semplicemente le autorità del passato, come fecero molti autori prima e dopo di lui, ma elaborò le fonti ricavandone una teoria coerente, facendo anche varie osservazioni personali (Fui, vidi, experiri, scrive riecheggiando Cesare). Nel Liber de mineralibus et rebus metallicis egli dette descrizioni originali di molte pietre preziose e di numerosi minerali, anche se ricavò la parte sostanziale della sua classificazione mineralogica dal Libellus de lapidibus preciosis di Marbodo (XI Sec.), nonché dalle opere di Arnoldo di Sassonia e di Tommaso da Cantimpré. L’opera, divisa in cinque libri, racchiude un prezioso tesoro di informazioni sulla metallurgia, la chimica e l’arte mineraria del XIII secolo, raccolte dallo stesso autore nei laboratori degli alchimisti e nei loca metallica. I primi due libri contengono la descrizione di pietre e minerali, mentre nel secondo libro è riportato un dizionario alfabetico di circa 100 pietre, dove sono accettate (e forse anche esasperate) molte delle virtù magiche attribuite alle medesime. Il terzo e il quarto libro trattano dei metalli (i pochi conosciuti all’epoca: mercurio e zolfo, alla base di tutti, e quindi piombo, stagno, argento, rame, oro e ferro), mentre il quinto libro descrive le proprietà e le applicazioni medicinali dei "corpi intermedi" (vari sali, vetriolo, allume, salnitro, ambra, solfuri, etc.).

Alberto indicò i vulcani come prova dell’esistenza dei venti sotterranei; questi, con azioni di spinta o di erosione potevano modellare le montagne, aiutati anche dai terremoti generati dalla spinta degli stessi venti. Egli attribuì la genesi della "virtù mineralizzante" all’influenza del Sole e degli astri; anche le incisioni sulle antiche gemme ed i cammei, in un’epoca in cui si erano perdute le tecniche di lavorazione delle pietre dure, erano ritenuti frutto di forze celesti. Alberto "dette anche una spiegazione dei fiumi accolta comunemente fino al Seicento. Alcuni antichi autori greci, come Anassagora e Platone, avevano affermato che nella terra c’è una immensa riserva d’acqua dalla quale derivano le sorgenti e i fiumi. Nacque così la teoria, confortata da certi passi della Bibbia, della continua circolazione dell’acqua proveniente dal mare nelle caverne sotterranee: attraverso queste caverne, l’acqua risaliva all’interno delle montagne e di qui sotto forma di fiumi, tornava al mare. Alberto accettò la teoria. Ma, tra le sue personali osservazioni geologiche, quelle fatte vicino a Bruges lo portarono a negare gli improvvisi e universali straripamenti degli oceani e a ridurre i mutamenti di forma di continenti e mari a lente modifiche che si verificherebbero in aree limitate" [19].

Per quanto riguarda l’origine delle montagne, Alberto Magno ritenne che queste potessero essere generate secondo due meccanismi distinti. Il primo fa appello all’azione dei venti sotterranei che, bloccati o dalla crosta terrestre troppo spessa, o dalla presenza di un fondale marino, potevano far rigonfiare la superficie del globo, il quale si modellava quindi sotto forma di catena montuosa. Proprio per questa ragione la maggior parte delle montagne più alte si trova in prossimità delle coste. Anche la nascita dei vulcani è spiegata allo stesso modo, supponendo che gli stessi venti sotterranei possano far incendiare certi accumuli sotterranei di materia infiammabile (zolfo, bitume, naphta, petroleum, etc.). Il secondo meccanismo di generazione delle montagne fa appello invece all’azione erosiva dei mari, che sgretolano le coste e ammassano dune di sabbia e ciottoli lungo le loro rive: si possono così spiegare le valli ed anche le montagne più alte, se si ammette che il livello del mare possa variare nel corso del tempo.

La sintesi più completa e più interessante che ci è giunta dall’epoca medievale sulla questione della nascita delle montagne è la teoria esposta da Ristoro di Arezzo nella sua Composizione del Mondo (XIII Sec.). Nato e vissuto ad Arezzo, Ristoro era un religioso che coltivava, tra l’altro, il disegno, la pittura e la scienza degli astri; la Composizione del Mondo è l’unica opera nota di questo autore [20]. Scritta "nel Convento nostro" di Arezzo, l’opera, che porta la data del 1282, è una sorta di summa di tutte le teorie cosmologiche del tempo, compilata tenendo conto soprattutto di autori arabi, noti attraverso traduzioni latine (il Liber de aggregationibus scientiae stellarum di Alfraganus, l’Inductorium de principiis judiciorum di Zael, l’Introductorium maius di Albumasar, il Liber canonis di Avicenna, i commentari di Averroè sui Meteorologica di Aristotele, il Liber secretus di Artefio, e altri, tra cui le Origines di Isidoro di Siviglia, e forse il De coelo et mundo di Aristotele) [21]. Sebbene Ristoro fosse un contemporaneo di Alberto Magno, sembra che non abbia mai avuto l’occasione di leggere direttamente tale autore, anche se probabilmente ne ha utilizzato le stesse fonti.

Ristoro identificò la causa principale della nascita delle montagne nella virtù, negli influssi e nel potere di generazione dei cieli e delle stelle. La virtù dei cieli causò dapprima l’apparizione di un principio di terre emerse dalle acque del diluvio, e questo tanto più nell’emisfero settentrionale, poiché il cielo di tale emisfero possiede più stelle, ed è quindi più potente. In seguito, l’attrazione del cielo delle stelle fisse produsse l’ulteriore elevazione delle montagne. Infatti, osservando il cielo delle stelle fisse se ne osservano alcune lontane ed altre vicine: così in qualche modo anche il cielo delle stelle fisse è in qualche modo "montuoso e valloso", e questa caratteristica celestiale si imprime sulla superficie delle terre emerse, le montagne più alte essendo poste allo zenit delle stelle più lontane, e viceversa, come cera impressa da un sigillo. Ristoro identifica inoltre tutta una serie di cause secondarie che possono portare all’innalzamento di catene montuose, e tra queste lo scorrimento delle acque meteoriche, che provocano profonde incisioni sulla crosta terrestre, delineando colline o alte montagne, l’azione delle onde del mare, che accumulano dune di sabbia e di ghiaia, il diluvio noetico, che depositò grandi masse di materiale sedimentario in determinati luoghi, i terremoti, che possono sollevare o far rigonfiare la superficie terrestre, ed infine l’azione di sorgenti termali, in grado di costruire grandi accumuli calcarei, o quella dell’uomo, capace di edificare grandi argini o vere e proprie colline, ammassi artificiali di terra e pietre.

La più interessante di tutte le concezioni di Ristoro su questo argomento è comunque il riconoscere che quando nel regno della materia esiste una generazione, deve anche necessariamente esistere una corruzione (concetto peraltro già espresso da Alberto Magno). In questo modo anche le possenti montagne, apparentemente inespugnabili e incorruttibili, sono solo un altro segno della caducità e della fragilità del mondo, e sono destinate ad essere dilavate, corrose, squarciate e distrutte da vari elementi naturali, tra cui - nota Ristoro - lo scorrimento delle acque e l’immane forza distruttiva dei terremoti. A questo proposito può essere interessante riportare un brano tratto dalla sua opera, nella trascrizione del Narducci [22].

Della cagione e del modo della generazione delli monti,
e della loro corruzione (II 5.8)

E ora veggiamo la generazione de’monti, e la loro corruzione, com’elli si possano fare e disfare: noi veggiamo l’acqua dilavare la terra, e scendere de’monti colle pietre insieme, e riempire le valli e innalzare lo piano; e dall’altro lato veggiamo l’acqua cavare, e incupare e fare le valli, e fatta la valle rimane il monte, e veggiamo l’acqua tòrre la terra da un luogo e porla in un altro; e veggiamla levare da uno luogo basso ad un altro (sic), e contra dal lato basso, e pare c’abbia virtude di fare lo monte e la valle. E questo si conosce ne’fiumi quando elli crescono, chè quando elli si vengono abbassando, vedrassi lo letto dell’acqua scoperto, come la rena, la quale è lì apportata, tutta montuosa e vallosa; ed anche si vede nelle rive del mare, chè l’acqua, quando gitta fuori la rena e valla ponendo, vae facendo sue figure di monte e di valli, come fosse fatta per studio. E veggiamo l’acqua incupare per stagione e trarre la terra dentro del suo fondo, e levare e portare a luogo più alto, lo quale è, rispetto di quello cupo, monte.

Ed anche può essere lo monte per cagione dell’acqua del diluvio, chè stando l’acqua del diluvio, e coprendo la terra e rimanendosi (sic) per la terra, per cagione del vento od altra cagione, può tòrre la terra da uno luogo e porla ad un altro; imperciò ch’è natura dell’acqua, s’ella è rimenata per la terra, di fare lo monte e la valle, ed è sua natura di lasciare la terra montuosa e vallosa.

E gia avemo trovato e cavato, quasi a somma di una grandissima montagna, di molte balìe ossa di pesce, le quali noi chiamiamo chiocciole, e tale le chiamano nicchi: li quali erano simili a quelli delli dipintori, nelli quali elli tengono i lor colori. Ed in tale luogo sì troviamo di color di molte balìe rena, e pietre grosse, e minute e ritonde, a luogo a luogo entro per esso, come fussero di fiume: e questo è segno che quello monte fosse fatto dal diluvio. E già avemo trovato molti di questi monti.

E già semo issuti in un grande monte, che la sua sommitade era coperta da una grandissima lastra d’un sasso durissimo, di colore ferrugineo, la quale pareva che fosse posta per un grande studio, come uomo che volesse coprire uno vaso. Nel quale era un grandissimo castello, quasi come una cittade: la quale lastra era fondata in terreno composto d’acqua; e segno di questo si era, che quando si cavava a sommo di quel monte sotto quella lastra, in tale luogo vi si trova (sic) terra mescolata con rena, e tale luogo tufo mescolato con cotali pietre ritonde di fiume, ed in tale luogo mescolate ossa di pesce, e di molte balìe e di molte altre diversitadi; e questo è segno che questo monte, e gli altri che noi avemo detto di sopra, dei quali nella lor sommità si truova rena e ossa di pesce, secondo la materia del terreno che lì trovasse: e per questa via possono essere monti.

E quella contrada là ove si trovano questi monti, là ove si trova la rena e l’ossa del pesce, è segno che per quella contrada fosse già il mare, o acqua in modo di mare, imperciò che la rena, laonde si potessero fare li monti con quelle ossa dello pesce, non se ne troverebbe tanta altrove, come i fiumi d’acque picciolelle.

Ed anche il terremuoto può essere cagione per che’l monte si puote fare e disfare; e quando la cagione del termuoto fosse forte, la qual cagione è sotto terra, potrebbe gittare la terra suso e fare lo monte; ed anche potrebbe enfiare la terra su e fare lo monte, e disotto rimarrebbe solo il cupo, secondo la materia del terreno. E già siemo issuti in cotale monte, che quando v’andavamo su per esso e percotevamvi suso per istudio, sì rimbombava e risonava, come s’egli fosse cupo e sollo dentro. E questi cotali monti cupi e solli dentro, per ragione potrebbero essere fatti da terremuoto altresì avaccio, come dal diluvio o d’altro; imperciò che quando la cagione del termuoto fosse forte, può gittare la terra su dura e le pietre, e cozzarsi l’una coll’altra, e può rimanere il monte sollo e cupo: e per questa cagione può essere lo monte.

E troviamo grande termuoto venire nella terra, e termuoti piccoli, quasi che lo poco si sentono. E, secondo quello che noi avemo trovato posto per li savi, troviamo termuoto sì forte, che fece tremare fortemente tutta la grande provincia d’Italia: lo quale non potè gittare la terra e far lo monte, e lo monte ch’era fatto squarciarlo e farlo cadere, e può fare altri accidenti assai.

E già sono issuti monti, li quali erano tutti bianchi, quasi come neve, li quali erano fatti d’acqua, la qual facea pietra; e segno di ciò si era, che l’acqua uscia a sommo quelli monti, e vegnendo giù spargendosi d’attorno quelli monti, quella acqua si struggea facendosi pietra, e crescea sempre il monte. E nella sommitade d’uno di quelli monti era uno bagno d’acqua calda: nella quale noi ne bagnammo, e i nostri capelli, i quali stavano nell’acqua, vi si poneva pietra d’attorno, come la cera allo stoppino per fare candela. E questo troviamo monti essere fatti da uomini, secondo che i Romani: i quali fecero venire e rendere terra a tutte le parti e le fini del mondo, per lo tributo in memoria dellaloro signoria, e fecela porre in uno luogo; e di quella terra fecero uno monte, lo quale fue chiamato da’ Romani monte d’ogne terra. E gli uomini della città d’Arez (sic) volendo fare uno lago intra due monti, per sostenere l’acqua fecero un altro monte. E già avemo veduti più monti manualmente fatti. Ed avemo la cagione e la generazione de’ monti assegnata e posta; e per questa cagione e per questa generazione i monti non fossero assai e venissero meno, sì che la terra divenisse piena (sic). E sopra tutto questo la virtude del cielo de’avere in sè di potere fare per virtude ogne operazione la quale è mestieri, e specialmente li monti, per adoperare suso: come’l fabbro di fare l’ancudine, la ov’egli adoperi e lavorivi suso; e se ‘l fabbro non potesse fare l’ancudine, la quale gli è mistieri, non vi potrebbe fare suso la sua operazione, e sarebbe ozioso. Adunque è mistieri che ‘l cielo colla sua virtude, lo quale hae operazione ne’monti, li quali gli sono mistieri, come l’ancudine al frabbo, ch’egli colla virtude sua, quando gli fosse mistieri, possa adunare la terra insieme, e ammollare l’una sopra l’altra, e trarre inverso sè la terra, come la calamita per virtù trae a sè il ferro, e per fare i monti tanti e sì alti, quando gli sono mestieri: ed anche come il frabbo, che aduna l’uno ferro sopra l’altro e fanne l’ancudine, la quale gli è mestieri.

E noi veggiamo per congiunzione di stelle innumidire l’aere e mutare in piova (e questo è manifesto, e spezialmente alli marinari, che usano lo mare), e questa piova quando è piccola e quando è grande; e secondo che la congiunzione è grande e forte nel luogo del cielo là ov’ella si fae, è forte; e questa piova non tiene per tutta la terra, chè quando è in uno luogo e quando in uno altro, secondo la significazione delle stelle, secondo che pongono i savi di Persia: che Saturno sia signore del primo clima, e Iupiter sia signore del secondo, e Mars del terzo, e così per ordine.

In questa descrizione, Ristoro si dimostra decisamente un antesignano delle osservazioni naturalistiche sul territorio; è più che evidente che egli ha studiato e osservato le strutture geologiche di molte parti dell’Appennino toscano (o forse ha colto esattamente la precisione delle descrizioni di qualche viaggiatore attento), giungendo a conclusioni sostanzialmente corrette da un punto di vista interpretativo. Se un autore va non solo giudicato per le sue idee, ma anche per le azioni, ancorché di natura letteraria, l’attualità di Ristoro emerge indiscussa. La sua opera è e resta per molto tempo l’unico scritto originale di scienza in volgare italiano [23]. Egli compie e documenta le sue "escursioni geologiche" tenendo in alta considerazione il metodo dell’indagine diretta (si veda la parte relativa alla scalata di una montagna per raccogliere fossili, e il suo esperimento di un bagno in una sorgente termale ricca di calcare, come molte se ne ritrovano in Toscana). Ristoro riconobbe che i resti dei pesci e le conchiglie rinvenute su alcune colline erano effettivamente parti di animali, probabilmente trasportati per opera del diluvio universale: gli autori dei secoli seguenti negheranno strenuamente l’origine organica di queste evidenze paleontologiche, imputandole all’azione di forze del tutto estranee alla materia vivente, e considerando i fossili come generati spontaneamente da una virtù plastica o formatrice, prodotta da influenze celesti, oppure considerandoli come puri accidenti o scherzi della natura. Cent’anni dopo i medesimi concetti riguardo ai fossili furono ripresi anche da Giovanni Boccaccio, sia in latino (De montibus, silvis, fontibus et maris), sia in volgare (Filocopo).

Può essere interessante ricordare anche il punto di vista di Dante Alighieri circa l’origine delle terre emerse. Tale pensiero è espresso nel famoso trattatello latino intitolato Quaestio de aqua et terra. Come è noto, questa è l’ultima opera che ci rimane del poeta, essendo stata ricavata da una dissertazione che Dante pronunciò a Verona il 20 gennaio 1320, un anno prima della sua morte, ed è l’unica che tratta di scienze naturali. Dubbia è stata in passato anche la questione della sua autenticità. Lo scopo della dissertazione è quello di dimostrare che in nessun punto del globo terracqueo il livello dell’acqua può superare quello della terra, così come sostenevano alcuni filosofi; essa tratta quindi delle cause che hanno portato all’affioramento delle terre emerse dalle acque dell’oceano primitivo. L’argomentazione è sostenuta secondo il formalismo stringente e ben consolidato della logica medievale di stampo scolastico e aristotelico. In realtà, Dante tratta del sollevamento dei continenti in generale, e l’unico passo dove è menzionata l’origine delle montagne è il seguente:

... Unde cum vultus inferiores sint similes vultibus superioribus ut Ptolomeus dicit, consequens est quod, cum iste effectus non possit reduci nisi in celum stellatum ut visum est, quod similitudo virtualis agentis consistat in illa regione celi que operit hanc terram detectam... manifestus est quod virtus elevans est illis stellis que sunt in regione celi istis duobus circulis contenta, sive elevet per modum attractionis, ut magnes attrahit ferrum, sive per modum pulsionis, generando vapores pellentes, ut in particularibus montuositatibus. Sed nunc queritur: Cum illa regio celi circulariter feratur, quare illa elevatio non fuit circularis? Et respondeo quod ideo non fuit circularis, quia materia non sufficiebat ad tantam elevationem [24].

Si tratta di una spiegazione non originale, di sicura ortodossia teologica e scritturale (Dante aggiunge: Desinant, desinant homines querere que supra eos sunt... et hec sufficiat ad inquisitionem intente veritatis...), già sostenuta alcuni anni prima da Ristoro d’Arezzo, ripresa e confortata anche dai compilatori successivi.

Verso la metà del XIV secolo, Giovanni Buridano e Alberto di Sassonia (Albertus Parvus) elaborarono una nuova teoria per la spiegazione della nascita della terraferma e delle montagne, esposta nelle Quaestiones de caelo et mundo. Basata sulle teorie del luogo naturale e della gravità di Aristotele e di Alberto, essi sostennero che la Terra era nel suo luogo naturale quando il suo centro di gravità coincideva con il centro dell’universo [25]. Il centro geometrico della terra non coincideva con il centro di gravità, poiché il calore del sole aveva fatto rigonfiare una parte della Terra, sollevandola al di sopra del mare che la ricopriva interamente e che, essendo fluido, restava con il suo centro di gravità coincidente col centro dell’universo. Lo spostamento della Terra relativamente all’acqua aveva perciò dato origine alla terraferma, lasciando sommerse le altre parti. La terra emersa era stata poi erosa dalle acque meteoriche, che avevano inciso le valli e fatto sporgere le montagne. L’erosione delle acque trasportava i detriti al mare, il cui fondo, a causa dei lenti movimenti del centro di gravità terrestre, si spostava a poco a poco, attraversava il centro della Terra e ricompariva infine come terraferma dall’altra parte del globo [26].

Arrivando al pensiero umanistico del XV secolo occorre ricordare il contributo fondamentale, ancorché poco conosciuto, apportato da Leonardo da Vinci alla nascita ed allo sviluppo dell’osservazione diretta della natura, non solo di quella geologica. Una delle intuizioni di Leonardo fu quella di aver riconosciuto la natura organica dei fossili (nicchi), a cui dedica numerose pagine tra le più belle del Codice Atlantico e del Codice di Leicester. Frutto di osservazioni effettuate durante i frequenti viaggi compiuti in Italia, e specialmente in Toscana, Leonardo non giudicò i fossili come semplici pietre, né credette che questi potessero essere stati trasportati fin sulle cime dei monti dal diluvio universale, bensì li reputò il frutto di ripetute inondazioni delle terre emerse, verificatesi per tempi sufficientemente lunghi da consentire sia l’attecchimento e lo sviluppo delle forme organiche, sia la loro sedimentazione. Egli arrivò anche a concepire la grande dimensione temporale che richiede lo sviluppo e l’attuazione dei vasti fenomeni naturali. Purtroppo, "le vicende subite dai suoi taccuini, dopo la morte, non hanno consentito la diffusione delle considerazioni di Leonardo in materia di geologia e di paleontologia. Considerazioni che, d’altronde, non costituiscono una trattazione organica ma sono piuttosto appunti sparsi nei numerosi manoscritti e corredati da disegni" [27]. Leonardo, tuttavia, non riconobbe alcun tipo di forza alla base della nascita delle catene montuose, né concepì che esse potessero aver avuto origine da qualche sorta di processo di sollevamento. Egli ritenne che fossero state plasmate solo a causa della forza di erosione delle acque superficiali agenti sulla primitiva crosta terrestre, che lentamente mettevano a nudo gli strati fossiliferi e, scavando valli sempre più profonde, formavano le montagne, anche se, in alcuni passi del Codice Leicester, Leonardo si avvicina alla moderna teoria dell’isostasia sull’equilibrio dei mari e delle terre emerse:

Essi alzato la terra del nostro emisferio per tanto più che non solea, per quanto ella si fece più lieve delle acque... e altrettanto più s’è alzata perché il peso dell’acque che qui mancavano, s’aggiunsono alla terra volta all’altro emisferio...[28].

Leonardo discute anche la genesi della terra e dei monti, che ritiene esser stati anticamente ricoperti dal mare; una prova di ciò sarebbe appunto la presenza dei fossili:

Ora, se è come affermo, è possibile che essendo il centro del mondo situato nell’acqua, che una volta, per la continua sollecitazione provocata dall’acqua nei corsi sotterranei dove scorre, abbia allargato in tal modo queste condotte che le porzioni di terra che dividono tra loro queste condotte, essendo consumata la coerenza tra le diverse parti, la gravità acquisita per trovarsi al di sopra dell’acqua, sia precipitata staccandosi dal rimanente della terra cadendo verso il centro, divenuto concentrico col centro della sua gravità. Per questo il rimanente della terra, essendosi alleggerito da quella parte dove si accentra la gravità, per necessità si sposterà dal centro del mondo, e uscirà la terra e i monti fuori dalla sfera dell’acqua dalla parte alleggerita, divenendo ancor più leggero per il peso dell’acqua che prima posava sopra, tendendo ad elevarsi sempre più verso il cielo. E, in tal caso, la sfera dell’acqua non muta il sito, perché la sua acqua riempie il luogo da cui la gravità di quella parte della terra che cadde, si divise; così il mare resta in se stesso, senza mutazioni in altezza; e ancora questa potrebbe essere la causa che i nicchi e ostriche, che si vedono negli alti monti, essendo già stati sotto le acque salse, al presente si trovino in tanta altura... [29].

Gli sviluppi delle concezioni e delle speculazioni su ogni argomento inerente le scienze della terra a partire dalla seconda metà del XVI secolo non possono non tenere in considerazione la monumentale sintesi compiuta da Georgius Agricola, "ingegnere" e metallurgo nel De re metallica (1556), "naturalista" nelle altre sue opere di carattere più segnatamente "geologico-mineralogico". Sembra quasi programmatico il suo affermare nell’introduzione al De re metallica che "io non ho scritto cosa niuna la quale io non habbia veduta, o letta, o con accuratissima diligenza esaminata, quando che da altrui mi sia stata raccontata" [30]. Agricola segna in qualche modo il passaggio di un’epoca, precorrendo alcuni modi di ragionare tipici del secolo successivo, anche se è ancora legato a numerosi schemi della tradizione umanistica; egli è comunque fra i primi autori che iniziano ad utilizzare la nascente terminologia "scientifica", frutto del fecondo pensiero umanistico, e segnatamente dei suoi più rigorosi rappresentanti quali Leonardo Bruni, Marsilio Ficino ed Erasmo [31]. È di quest’epoca l’introduzione di termini come momentum, experimentum, e soprattutto methodus, che rimpiazzano le più antiche terminologie latine via e ratio. Agricola tratta brevemente la questione dell’origine delle montagne in due opere di carattere geologico, il De ortu et causis subterraneorum (1546) e il De natura eorum quae effluunt ex terra (1546).

Il De ortu et causis subterraneorum, in cinque libri, si può brevemente definire come un originale compendio di geologia fisica. Gran parte del testo è dedicato alla confutazione delle teorie degli antichi, soprattutto degli alchimisti e degli astrologi: come è facile intuire, queste parti risultano piuttosto noiose; al contrario, le parti originali del libro risultano di enorme interesse. L’opera tratta la concezione di Agricola su vari fenomeni geologici. Dopo aver discusso sull’origine e sulla distribuzione delle acque sotterranee e dei succi (soluzioni mineralizzanti), nel secondo libro egli riconosce e cerca di spiegare l’origine del calore sotterraneo, ipotizzandolo come derivato dalla combustione del bitumen (asfalto, petrolio, carboni, scisti bituminosi), dello zolfo e, in minor grado, generato dall’attrito dei venti sotterranei. L’ultima parte del secondo libro tratta della natura delle esalazioni sotterranee e dei vapori endogeni. Vengono inoltre stabiliti precisi nessi tra questi fluidi, i terremoti, l’orogenesi e le eruzioni vulcaniche, che sarebbero generate dai movimenti esistenti nel sottosuolo tra aria ed acqua: questa teoria possiede in embrione alcune idee che si avvicinano alla moderna spiegazione delle eruzioni freatiche. Agricola fu inoltre tra i primi a riconoscere il ruolo delle acque, del ghiaccio e dei venti nei fenomeni di erosione geologica, presentando interessanti osservazioni sui fenomeni orogenetici, riportati in vari passi di quest’opera. Sostanzialmente, egli riconosce cinque meccanismi alla base dell’origine delle montagne: l’erosione ad opera delle acque e dei venti, l’accumulo eolico di materiale sabbioso, l’opera dei "venti sotterranei", l’azione dei terremoti e l’intervento "dell’incendio interno" della terra.

...Onde sono due le cause, che generano i colli, e i monti; l’una è l’impeto de l’acqua, l’altra è la forza de’ venti. E sono tre quelle cause, che gli disfanno, e dissipano; per che di più de l’impeto de l’acqua, e de la forza de’ venti, vi è ancho l’incendio interno della terra. E che l’acqua generi molti monti, si vede assai chiaro: i torrenti cominciano prima à portarne via in giu la terra molle, che essi bagnano: poi a portarne ancho la dura; & a volgere in giu ancho i sassi: Et à questo modo in pochi anni vengono à cavare in qualche altezza le campagne aperte, o qualche pennino luogo. Questi si può ancho da gli ignoranti ne le montuose contrade considerare e vedere. Cavando dunque l’acqua à questo modo per molte età le medesime caverne, & alzandole forte da l’una parte e da l’altra, ne vengono à fare grandi eminentie & altezze: poi per che il terreno vien da le continue pioggie disciolto, e da gli freddi distratto, cade facilmente ne le caverne che li sono di sotto; dove cadono ancho i sassi, le cui commessure vengono medesimamente da l’humore rammollite; salvo se non fussero essi durissimi, e sodissimi: Et a questo modo quella eminentia, che era scoscesa & erta, viene à farsi, à poco à poco col tempo pennina, e declive: e si chiamano poi amendue quelle eminentie, monti; come quella profundità, che resta fra queste altezze, chiamiamo valle. Or molto piu sono di ciò cagione i ruscelli, e i fiumi col corso loro: Onde spesso li veggiamo scorrere, ò tra monti altissimi, che hanno essi fatti, o presso le lor stesse sponde, le quali sono esse basse & humili, ma ampie e larghe da amendue le parti le campagne; e nel fine di questa ampiezza si veggono spesso ò colli, ò erti, ò scoscese eminentie; che essendo già alcuni secoli à dietro state umili e basse ripe, hora hanno vista di un lunghissimo monte ò di un colle. Di che ci fanno chiara fede le antiche pianezze di queste eminentie, sopra le quali si veggono à volte stendersi continovate assai in lungo... fiumi, che inondano le sponde loro,... per essere di fragile materia questo terreno...accrescono i letti loro. ...E per questa cagione noi veggiamo andare cosi torti hora qua, hora la i fiumi; farsi ancho novi letti lasciando gli antichi; e finalmente dilatarsi, e farsi molto ampie le campagne basse. ...Nel medesimo modo l’impeto de l’acqua disfa, e dissipa del tutto i colli e i monti. ...Il vento poi genera per due vie i colli, e i monti; ò quando sciolto e libero muove & agita forte le arene: ò come quando trovandosi come prigione ne le caverne de la terra...fa ogni sforzo per uscire fuori. Nel primo modo si generano i colli e i monti nelle contrade calde principalmente, ò che siano presso il mare, ò lontane; ...[il vento] alza su ne l’aria ò arena ò polve, e la accumula tutta in un luogo: la quale si ristrigne, e fa dura poi, se qualche tempo gli conciede di stare in pace: [nel secondo modo]...quando il vento rinchiuso ne le viscere della terra fa ogni sforzo per uscire fuori ne l’aere aperto...e non trovando via alcuna, gonfia forte il terreno; come si suole col fiato una vescica gonfiare, ò un otre, e così resta tumido e gonfio quel luogo à guisa di un colle. Suole al contrario ancho il terremoto distaccare ò una parte del monte dal resto; ò pur con qualche grande apertura tutto il monte inghiottirsi e divorarsi. ...E a questo modo senza alcun dubbio, e l’acqua, & il vento vehemente generano i monti, e gli disfanno e dissipano medesimamente. Il fuoco poi non gli genera, ma gli consuma e disfa solamente [32].

Per quanto riguarda le eruzioni vulcaniche e la loro funzione orogenetica, è di un certo interesse il seguente passo, sempre tratto dal De ortu et causis subterraneorum, relativo alla nascita del Monte Nuovo, presso Pozzuoli, occorsa il 29 settembre 1538:

...Quando poi un forte vento, aperti di nuovo gli medesimi meati, ò pure di altri di nuovo, si caccia con grande impeto, e sforzo fuori; alhora butta su ne l’aria forte, e cenere, et arena, e solfo, e pumici, e masse, che paiono di ferro, e sassi, & altre simili materie. Di che ci è grande esempio il monte Ætna ...ma fu assai maggiore quello, che duo anni appresso nacque in Pozzuoli presso il lago Averno, insieme con il terremoto; Onde se ne fece un monte, tante materie n’uscirono: e’l chiamano volgarmente il monte Moderno (Monte Nuovo, N.d.C.). ...[il vapore] si genera ogni ogni volta, che il calore interno della terra, ò che il fuoco occulto brucia la terra humettata e bagnata di acque. Con questa consideratione del vento è molto congiunta quella de le cause del terremoto [33].

Infine Agricola, nel De natura eorum qui effluunt ex terra, opera composta di quattro libri, tratta dell’origine, dei movimenti e delle scaturigini dei liquidi e dei gas sotterranei. In particolare, viene discussa la natura delle sostanze che fuoriescono spontaneamente dalla terra. Vengono trattati i vari tipi di acque, i gas ed i vapori endogeni, il bitume, le sorgenti calde, etc., e ne vengono descritti gli usi, le proprietà medicinali, la temperatura, il sapore, il colore, e così via. Citando Herbert Clark Hoover, uno dei più attivi e benemeriti divulgatori dell’opera di Agricola in questo secolo, si può a buon diritto affermare che "se è vero che il lavoro di uno scienziato deve essere giudicato dai progressi che esso apporta alla scienza, Agricola, con queste affermazioni, ha apportato in questo campo più progressi di quanto non abbia mai fatto prima alcun autore" [34]. La deduzione di gran parte delle sue opinioni da osservazioni reali, piuttosto che da sterili speculazioni, fu di grande contributo alla fondazione di tutte le scienze naturali. Lo sviluppo di queste idee fu però molto lento. Se da una parte Agricola ebbe un notevole successo editoriale (il De re metallica vide otto edizioni in tre lingue entro i primi 65 anni dalla sua comparsa, in un’epoca in cui la stampa di un volume come questo non era impresa ordinaria), e le sue opere ebbero fortuna presso i cultori di ciò che oggi potremmo chiamare "tecnologia" (ancora, il De re metallica rimase una sorta di manuale tecnico insuperato nel suo campo per circa due secoli, fino alla pubblicazione dell’opera di Christoph Andreas Schlüter nel 1738) [35], così non fu dal punto di vista accademico. La scienza ufficiale era ancora aristotelica, e negli anni a venire il clima della Controriforma assopì non poco, soprattutto in Italia, il grande fermento artistico ed intellettuale che aveva caratterizzato il secolo precedente.

A questo proposito, basti ricordare che Gabriele Falloppia, famoso anatomico e medico modenese contemporaneo di Agricola, espose nel suo trattato De medicatis aquis atque de fossilibus (1564) alcuni concetti relativi all’origine delle montagne ancora tratti direttamente da Aristotele. Le montagne sarebbero state formate dalla condensazione delle esalazioni secche provenienti dall’interno della terra, unite per mezzo dell’umidità. Di stretta osservanza aristotelica, egli sostenne che non è possibile spiegare l’origine delle montagne per mezzo del diluvio noetico, né, come afferma Agricola, a causa dell’azione erosiva delle acque meteoriche, né per l’azione di venti sotterranei o per l’accumulo di detriti, poiché, egli spiega, le montagne sono essenzialmente costituite da rocce, e le rocce hanno origine solo dalle esalazioni secche unite a quelle umide, in rapporto tale da conferire alle rocce stesse durezza e solidità.
 
 

Valerius Faventies e il De montium origine

Nelle pagine precedenti si è cercato di delineare lo stadio di sviluppo a cui le scienze della terra erano giunte nella seconda metà del cinquecento; è evidente che lo studio della conformazione e della struttura della terra, nonché quello della sua storia nel tempo, era ancora legato e subordinato alla più generale teoria delle dottrine cosmologiche tolemaiche: il pensiero accademico racchiudeva qualsiasi speculazione sugli oggetti naturali entro i concetti ormai consolidati dalla tradizione aristotelica. Come accennato, le nuove concezioni sulla speculazione geologica che costituiscono il primo decisivo strappo nell’ormai infeltrito tessuto del pensiero cinque-seicentesco (sempre e comunque inquadrate entro i limiti di una buona ortodossia) saranno esposte solo nell’opera giovanile dello scienziato danese Nicolò Stenone, nota come Prodromus (1669) [36].

Prima del Prodromus è però interessante porre attenzione sull’opera che invero ha stimolato la nascita di questa ricerca. È un’opera breve e particolare, probabilmente tanto rara quanto sconosciuta, cara al bibliofilo e allo studioso di storia della scienza, poiché è la prima opera a stampa che tratta esclusivamente il tema dell’origine delle montagne. Si tratta di un piccolo libro in lingua latina intitolato De montium origine, il cui autore è indicato come Valerius Faventies. Pubblicata a Venezia nel 1561, l’opera raccoglie minuziosamente tutte le teorie note agli studiosi del tempo riguardo alla nascita ed alla possibile evoluzione nella storia delle terre emerse. Cosa ancor più importante, quest’opera con grande lucidità fornisce un’idea ben precisa di come erano per lo più affrontati i problemi di natura geologica dagli eruditi della prima metà del XVI secolo.

Poco o nulla sappiamo della vita di Valerius Faventies. Egli apparteneva all’Ordine dei Predicatori, risiedendo con ogni probabilità nel Convento di S. Giovanni e Paolo a Venezia. Probabilmente si tratta dello stesso Valerio Faenzi autore dell’opera Li diece circoli de lo imperio pubblicata sotto gli auspici della stessa Accademia Veneta promotrice dell’edizione del De montium origine. Questa Accademia, istituzione di brevissima durata, si era prefissa un ambizioso progetto di pubblicazione; in realtà riuscì a realizzare solo pochissimi volumi, di cui il De montium origine pare essere l’ultimo [37]. L’Accademia si avvalse delle stamperie dei Manuzio, anche se i volumi di questa "collana" non presentano sul frontespizio la ben nota marca tipografica aldina, bensì un riquadro all’interno del quale è raffigurato un emblema della Fama alata che risplende e si irradia sul mondo, avviluppata da un cartiglio con la frase "Io volo al ciel per riposarmi in Dio". Per questo l’Accademia è nota anche come Accademia della Fama.

Il volume è dedicato a Filippo Maria Campeggi (1518-1584), teologo e vescovo di Feltre: si tratta di un breve ottavo di 16 carte numerate più due carte iniziali non numerate. Come d’uso, la dedicatoria possiede un tono altamente aulico ed adulatorio, in cui si elogiano la gloria, la munificenza e la liberalità del presule, intessendole con una pirotecnia linguistica fin troppo di maniera.

L’opera, di cui nel prosieguo viene riportata la prima traduzione italiana, è concepita sotto forma di un dialogo che si svolge tra Camillo e Rodolfo. Essi fanno parte di un gruppo di amici invitati da Benedetto, illustre membro dell’ancor più illustre famiglia dei Rodolfi, a trascorrere un periodo di ozi presso la villa dei Rodolfi di Garda, sul lago omonimo. Dalla prefazione si viene a sapere che un mattino, dopo una proficua battuta di pesca, l’allegra brigata, costituita da almeno sei persone, si trova a riposarsi in riva al lago, di fronte ad una suggestiva visione del medesimo e delle alte montagne che in esso si rispecchiano. Colpiti da questa emozione visiva, al nobile gruppo "piacque disputare familiarmente dei monti, e di quando siano sorti, e per quale causa". La disputa fu quindi affidata a Camillo e Rodolfo, mentre gli altri, taciti sedendo, ascoltavano (a questo proposito, non può non venire in mente la scenografia dell’introduzione alla prima giornata del Decamerone di Boccaccio). Rodolfo viene indicato come persona estremamente dotta in questioni filosofiche, ed è quindi il protagonista del dialogo, intervenendo Camillo solo per approvare quanto detto dallo stesso Rodolfo. In qualità di esperto, egli espone dieci teorie sull’origine delle montagne che riassumono tutte le più importanti conoscenze dell’epoca sull’argomento. La discussione viene portata avanti secondo lo schema aristotelico più manieristico dell’epoca, in cui la confutazione, la convalida o il commento delle varie teorie viene fatto o tramite ragionamenti logici, oppure per mezzo dell’autorità degli antichi (Aristotele davanti a tutti) o col conforto delle sacre scritture. Le dieci teorie discusse da Rodolfo quali possibile causa dell’origine delle montagne sono le seguenti, elencate secondo l’ordine seguito nel dialogo:

1) i terremoti; 2) il rigonfiamento di parti della terra a seguito del contatto con acqua; 3) la forza di sollevamento dell’aria racchiusa nella terra; 4) il fuoco; 5) l’anima delle montagne; 6) l’influenza delle stelle e degli astri; 7) l’erosione; 8) i venti sotterranei; 9) il sollevamento dell’umidità della terra dovuto al Sole; 10) l’attività dell’uomo.

L’approccio di Faventies al problema dell’origine delle montagne non è di certo quello di un grande innovatore, almeno sul piano dell’apporto di contributi concettuali originali. Faventies è sostanzialmente un erudito, e in questa opera lo dimostra nel migliore dei modi. Egli rielabora e riassume in forma piuttosto originale tutte le teorie e le ipotesi sull’origine delle montagne attraverso le fonti dei classici greci, latini e medievali: la forma del dialogo fortemente condensato rende la materia - già ostica di per sé - se non proprio gradevole, almeno più fresca ed immediata. In ciò l’autore è sicuramente aiutato da un latino di scuola - non sempre perfetto e rotondo come quello dei grandi umanisti che tenta di imitare - fatto di citazioni, rimandi e formule accademiche a cui attinge a larghe mani. Faventies non riesce a fare i collegamenti tra le varie teorie che espone (ma forse questa è un’attitudine propria solo del pensiero moderno), né riesce a trarre qualche conclusione che possa essere di spunto per una verifica sul campo: egli non è né un osservatore, né uno sperimentatore, i tempi per questo non erano ancora maturi. Nulla è accennato, compreso o dedotto tramite la possibilità dell’osservazione diretta della natura. Non è ancora l’epoca degli sperimentatori e degli osservatori. Agricola, che aveva già fatto scuola in fatto di osservazione diretta e non speculativa, rimane lettera morta; Faventies sembra non conoscere la sua opera, o volutamente non la cita [38], anche se riprende a larghe mani le descrizioni sulle cause dell’origine delle montagne riportate da Agricola nel De ortu et causis subterraneorum, e derivate dalla tradizione dei classici latini e greci. Del resto, anche Agricola, ben più attento osservatore e uomo pratico, che tratta di arti "meccaniche", non riesce ad apportare nulla di fondamentalmente originale su questa materia, a parte quel poco che si è accennato sopra. Fortunatamente però, Faventies riesce a raccogliere tutte le conoscenze derivate dalla tradizione con buon ordine, unitamente ad una chiarezza espositiva non comune a quei tempi per questo genere di cose.

Il De montium origine rimane un grande e umile omaggio ai posteri, oltre che ai mecenati dell’Autore (i Campeggi, i Rodolfi, i Torriani). Questo frate domenicano in cerca di glorie letterarie, dà prova di notevole originalità tentando di trovare, nella pedanteria libresca, almeno una materia non tentata da alcuno prima di lui, e con spirito minimalista, come afferma nella chiusa dell’opera: "Infatti, i discorsi brevi, se hanno sostanza, sono molto più graditi; se invero sono vuoti, risultano meno molesti".
 

Personalia

 
Questo lavoro è stato supportato dalle preziose indicazioni e dall’incoraggiamento fornito dal Prof. Annibale Mottana.
 
 

Indice delle opere antiche citate

AGRICOLA Georgius (Georg Bauer, 1494-1555). De re metallica libri XII. Quibus officia, instrumenta, machinae ac omnia denique ad metallicam spectantia, non modo luculentissime describuntur, sed & per effigies, suis locis insertas, adiunctis latinis, germanicisque appellationibus ita ab oculos ponuntur, ut clarius tradi non possint. Eiusdem De animantibus subterraneis liber, ab autore recognitus: cum indicibus diversis, quicquid in opere tractatus est, pulchre demonstrantibus. Basileae, Froben, 1556 (Tr. it. di Michelangelo Florio: De l’arte de’ metalli partita in XII. Libri, Basilea, 1563, rist. anastatica a cura e con intr. di P. Macini e E. Mesini, Segrate, 1994).

Georgii Agricolae De ortu et causis subterraneorum, Lib. V. De natura eorum quae effluunt ex terra, Lib. IIII. De natura fossilium, Lib. X. De veteribus et novis metallis, Lib. II. Bermannus sive De re Metallica dialogus. Interpretatio Germanica vocum rei metallicae addito indice faecundissimo. Basileae, per Hieronymum Frobenium et Nic. Episcopium 1546 (Tr. it. di Michiele Tramezzino: Di Georgio Agricola De La generatione delle cose, che sotto la terra sono e de le cause de' loro effetti e nature. Lib. V. De La Natura di quelle cose, che da la terra scorrono. Lib. IIII. De La Natura de le cose Fossili, e che sotto la terra si cavano. Lib X. De Le Minere antiche e moderne. Lib. II. Il Bermanno, o de le cose Metallice, Dialogo, Recato tutto hora dal Latino in buona lingua Volgare. In Vinegia, per Michele Tramezzino, 1550).

ALBERTO Magno (c. 1200-1280). De Mineralibus et Rebus Metallicis Libri Quinque. Padova, 1476. De Mineralibus libri V. Johannes & Gregorius de Gregoriis de Forlivio, Venetiis, 1495. Alberto Magno Sommo Filosofo, De Cose Minerali, & Metalliche Libri Cinque, il tutto tradotto da Pietro Lauro. Vinegia, Gioambattista, & Marchio Sessa fratelli, 1557.

ALDROVANDI Ulisse (1522-1605). Ulyssis Aldrovandi Patricii Bononiensis Musaeum Metallicum in Libros IIII distributum. Bartholomaeus Ambrosinus... labore et studio composuit, M.A. Bernia edidit. Typis Jo. Baptistae Feronii, Bononia, 1648.

ARISTOTELE (384-322 a.C.). Meteorologica.

ARISTOTELE - pseudo. De causis et proprietatibus elementorum. Aristotelis Opera. Gregorius de Gregoriis, Venetiis, 1496.

ARNOLDO Sassone (fl. c. 1220-1230). De finibus rerum naturalium.

AVICENNA (980-1037). Liber de mineralibus, Avicennae de congelatione et conglutinatione lapidum.

BARTOLOMEO Anglico (fl. c. 1230-1240). De proprietatibus rerum. Milano, Bibl. Ambrosiana, MS D 61 inf., XIV sec., MS H 8 sup., 1478. Edizioni a stampa: Basel, Berthold Ruppelt, 1471; Lyon, 1480; Coloniae, Johann Koelhoff, 1483; Heidelberg, Lindelbach, 1488.

BOCCACCIO Giovanni (1313-1375). Decamerone. Filocopo. De montibus, silvis, fontibus et maris.

DANTE Alighieri (1265-1321). Quaestio de aqua et terra.

FALLOPPIA Gabriele (1523-1562). De medicatis aquis atque de fossilibus, Venetiis, 1564.

HUTTON James (1726-1797). Theory of the earth. Trans. Royal Soc. of Edinburgh, Vol. I, 1788. Theory of the earth, with proofs and illustrations. Edinburgh, 1795.

LEONARDO da Vinci (1452-1519). Codice Leicester. Manoscritto F della Biblioteca de l’Institute. Codice Atlantico. Manoscritto del British Museum. Manoscritto di Madrid.

LUCREZIO (98 a.C.?-?). De rerum natura.

LYELL Charles (1797-1885). Principles of geology, being an inquiry how far the former changes in the Earth’s surface are referable to causes now in operation. London, 1830-33.

MARBODUS (fl. c. 1060-1080). Libellus de lapidibus preciosis. Marbodaeus (sic). Libellus de lapidibus preciosis. Viennae, Hieronymus Victor, 1511. Marbodus Redonensis, Liber lapidum seu de gemmis. J.P. Migne, Patrologiae Latinae, Paris, 1863. Tr. it. di P. Melis: Il libro delle gemme. I lapidari di Ildegarda di Bingen e Marbodo di Rennes. Intr. di M. Barracano, Torino, 1998.

OVIDIO (43 a.C.-17). Metamorphoseon Libri XV.

PLINIO il vecchio (23-79). Naturalis Historiae. C. Plinii Secundi Historiae Naturalis Libri XXXVII noctibus et horis successivis conscripti. Veronae, 1468.

RICCARDO da Bury (1287-1345). Philobiblon (1345). Ed. princeps: Incipit prologus in librum de amore librorum qui dicitur philobiblon, Colonia, 1473 (Tr. it. di M. Besso: Il "Philobiblon" di Riccardo di Bury, Vescovo Dunelmense. Roma, 1914, ed anche: Philobiblon, o l’amore per i libri. Intr. di M.T. Fumagalli Beonio Brocchieri, tr. e note di R. Fedriga, Milano, 1998.).

RISTORO d’Arezzo (fl. c. 1280). Composizione del mondo. Firenze: Riccardiana, MS 2164, MS 2229, Magliabechiana, MS XI, 7, 136 (già Strozziano 491); Roma: Bibl. Barberini, MS XLVI-52, Bibl. Chigiana, MS M VII 169. Prima edizione critica trascritta e commentata: La Composizione del mondo di Ristoro d'Arezzo, testo italiano del 1282, pubblicato da Enrico Narducci. Roma, Tipografia delle Scienze Matematiche e Fisiche, 1859. Restoro d’Arezzo. La composizione del mondo. A cura di A. Morino, Parma, 1997.

SCHLÜTER Christoph Andreas (XVIII secolo). Gründlicher Unterricht von Hütte-Werken, worin gezeiget wird, wie man Hütten-Werke auch alle dazu gehüorige Gebäude und Oesen aus dem Fundament recht anlegen solle,... Braunschweig, gedruckt bei Friedrich Wilhelm Meyer, 1738.

SENECA (5 a.C.?-65). Naturalium quaestionum Libri VII.

STENONE Nicola (Niels Steensen 1638-1686). De Solido intra Solidum naturaliter contento dissertationis prodromus. Florentiae, 1669. (Tr. it. di L. Paretti, a cura di A. Mottana: Su un corpo solido contenuto naturalmente entro un altro solido. Prodromo a una dissertazione. Roma, 1995).

SOLINO Caio Giulio (III sec. d.C.). Collectanea rerum memorabilium.

STRABONE (63 a.C.-19 d.C.). Geographia.

TEOFRASTO di Ereso (c. 372-288 a.C.). De Lapidibus (peri liJwn). Aristotelis et Teophrastis Opera, Volumen II ..., Venetiis, in domo Aldi Manutii Romani, & Graecorum studiosi, 1497, fol. 254-61. Prima latina a stampa: Teophrasti de Lapidibus liber, QEOFRASTOU PERI LIQWN, ab Adriano Turnebo Latinitate donatus, Lutetiae, Fed. Morelli, 1578. (Tr. it. di M. Napolitano, a cura di A. Mottana: Il libro "sulle pietre" di Teofrasto. Prima traduzione italiana con un vocabolario dei termini mineralogici. Atti Acc. Naz. dei Lincei, Rendiconti di Scienze Fisiche e Naturali, Serie IX, Vol. VIII, Fasc. 3, Roma, 1997).

TOMMASO Cantimpratensis (XIII Sec.). De naturis rerum, British Museum, Ms. Egerton 1984, fol. 126r-146r.

WERNER Abraham Gottlob (1749-1817). Neue Theorie von der Entstehung der Gänge, mit Anwendung auf dem Bergbau besonders den freibergischen. Freiberg, 1791.
 
 

NOTE

[1] Ramous M., Biondetti L., Ovidio. Metamorfosi, a cura e tr. it. di M.R., con note di L.B. e M.R., Milano, 1995.

[2] ...Ex quibus liquido satis constat quod, sicut leges nec artes sunt nec scientie, sic nec libri legum libri scientiarum vel artium proprie dici possunt. Nec est hec facultas inter scientias recensenda, quam licet geologiam appropriato vocabulo nominare. Libri vero liberalium litterarum tam utiles sunt scripture divine, quod sine ipsorum subsidio frustra ad ipsius notitiam intellectus aspiret. (Philobiblon, Lib. XI). Da qui va da sé che, non essendo le leggi né arti né scienze, neppure i libri di diritto si possono propriamente chiamare testi di scienza o di arte. No, questa dottrina [la giurisprudenza, N.d.C.] non rientra nelle scienze, piuttosto sarebbe più appropriato chiamarla geologia. I libri delle Arti liberali, invece, sono così utili alla Sacra Scrittura che senza il loro aiuto il desiderio dell’intelletto a conoscerla sarà sempre frustrato. (Tr. it. di R. Fedriga: Philobiblon o l’amore per i libri. Intr. di M.T. Fumagalli Beonio Brocchieri, Milano, 1998).

[3] Morello N., La macchina della terra, Torino, 1979.

[4] Hallam A., Great geological controversies, Oxford University Press, 1983 (Tr. it. di N.R. Ricci Lucchi, rev. di F. Ricci Lucchi, Le grandi dispute della geologia. Dalle origini delle rocce alla deriva dei continenti, Bologna, 1987).

[5] Gould S.J., Time’s arrow, time’s cycle: mith and metaphor in the discovery of geological time, Cambridge University Press, MA, 1987 (Tr. it. di L. Sosio, La freccia del tempo, il ciclo del tempo. Mito e metafora nella scoperta del tempo geologico, Milano, 1989).

[6] Il lavoro più significativo di M.V. Lomonosov (1711-1765) su tale argomento è il Pervye osnovanija metallurgii, ili rudnyh del’ (Primi fondamenti di metallurgia, o dell’industria mineraria), di cui la maggior parte fu scritta nel 1742, ma che fu pubblicato solo nel 1763. L’opera è completata da due appendici: O voln’om dvizenii vozduha, v rudnikah primecennom (La libera circolazione dell’aria nei pozzi minerari), e O slojah zamnyh (Gli strati terrestri).

[7] Adams F.D., The birth and development of the geological sciences, Baltimore, 1938.

[8] Aristotele (Meteorologica, II, 8) riporta la descrizione di due eruzioni vulcaniche, la prima nei pressi di Eraclea, nel Ponto, e la seconda su Vulcano, una delle isole Eolie. In effetti, egli descrive l’osservazione di alcuni fenomeni di natura vulcanica, manifestantisi come rigonfiamenti della superficie terrestre, e seguiti dalla violenta eruzione di gas ("venti sotterranei").

[9] Strabone (Geographia, I) descrive la formazione di una montagna a seguito di una forte eruzione vulcanica avvenuta nei pressi di Methone, sul golfo Ermionico.

[10] Crombie A., Augustine to Galileo, London, 1952 (Tr. it. di V. di Giuro, Da S.Agostino a Galileo. Storia della scienza dal V al XVII secolo, Milano, 1970 - 1982).

[11] Adams F.D., 1938, op. cit.

[12] Holmyard E.J., Mandeville D.C., Avicennae de congelatione et conglutinatione lapidum, Paris, Librairie orientaliste, 1927.

[13] Crombie A., 1982, op. cit.

[14] Morello N., 1979, op. cit.

[15]  Crombie A., 1982, op. cit.

[16] Albertus Magnus, Opera Omnia, a cura di B. Geyer et al., Colonia, 1951.

[17] Wyckoff D., Albertus Magnus Book of Minerals, Oxford, 1967.

[18] Thorndyke L., A history of magic and experimental science, New York, 1923-41.

[19] Crombie A., 1982, op. cit.

[20] Narducci E., La Composizione del Mondo, di Ristoro d’Arezzo, testo italiano del 1282, pubblicato da Enrico Narducci, Roma, 1859.

[21] Morino A., Restoro d’Arezzo "La composizione del mondo", Parma, 1997; Adams, F.D., 1938, op.cit.

[22] Narducci E., 1859, op. cit.

[23] Morino A., op. cit.

[24]  ...E perché, secondo la sentenza di Tolomeo, i vólti di qua giù son simili a que’ di sopra, ne seguiterà, - dacché questo effetto non si può attribuire, come abbiamo veduto, che al cielo stellato -, che l’agente virtuale debba trovarsi in quella plaga celeste che sovrasta alla nostra terra emersa....chiaro è che la virtù elevante sarà in quelle stelle che son nella regione del cielo contenuta in questi due circoli, sia che sollevino per attrazione così come il magnete attrae il ferro, sia per impulsione generando vapori impellenti, come in certe particolari montuosità. Ma ora specialmente si vuol sapere: Come mai, se quella regione del cielo è circolarmente mossa, la elevazione non fu circolare? Ond’io rispondo che non fu, perché la materia non bastava a tanta elevazione (Tr. it. di G.L. Passerini, in: Dante. Tutte le opere. A cura di I. Borzi, G. Fallani, N. Maggi e S. Zennaro, Roma, 1993).

[25] Crombie A., 1982, op. cit.

[26] Crombie A., 1982, op. cit.

[27] Morello N., La geologia in Italia dal Cinquecento al Novecento, in Storia sociale e culturale d’Italia, Busto Arsizio, 1989.

[28] Codice Leicester, folio 8 v., trascrizione in: Ligabue G., Leonardo da Vinci e i fossili, Vicenza, 1977.

[29] Codice Leicester, folio 36 r., trascrizione in: Ligabue G., 1977, op. cit.

[30] Traduzione antica di Michelangelo Florio: De l’arte de’ metalli partita in XII. Libri, Basilea, 1563, rist. anastatica a cura e con intr. di P. Macini e E. Mesini, Segrate, 1994.

[31] Beretta M., Humanism and chemistry: the spread of Georgius Agricola’s metallurgical writings, Nuncius, Annali di storia della scienza, XII, fasc. 1, Firenze 1997.

[32] Di Georgio Agricola De La generatione delle cose, che sotto la terra sono e de le cause de' loro effetti e nature. Lib. V. De La Natura di quelle cose, che da la terra scorrono. Lib. IIII. De La Natura de le cose Fossili, e che sotto la terra si cavano. Lib X. De Le Minere antiche e moderne. Lib. II. Il Bermanno, o de le cose Metallice, Dialogo, Recato tutto hora dal Latino in buona lingua Volgare. In Vinegia, per Michele Tramezzino, 1550.

[33] Ibidem.

[34] Hoover H.C., Hoover L.H., Georgius Agricola De re metallica, London, 1912.

[35]  Schlüter C.A., Gründlicher Unterricht von Hütte-werken, Braunschweig, 1738.

[36] Stenone N., De Solido intra Solidum naturaliter contento dissertationis prodromus. Florentiae, 1669. (Tr. it. di L. Paretti, a cura di A. Mottana: Su un corpo solido contenuto naturalmente entro un altro solido. Prodromo a una dissertazione. Roma, 1995).

[37] Adams F.D., 1938, op. cit.

[38] Eppure Agricola aveva trascorso circa due anni a Venezia, collaborando con Andrea Torresano, Francesco Asolano e Giambattista Oppizzoni per la revisione critica dell’opera di Galeno, pubblicata da Aldo Manuzio nel 1525, e quindi egli poteva essere noto nei circuiti culturali veneti. Inoltre, proprio a Venezia Michiele Tramezzino aveva tradotto e pubblicato nel 1550 tutto il Corpus di opere geologiche di Agricola (escluso il De re metallica).