Desiderio Erasmo da Rotterdam porge i suoi saluti agli onoratissimi fratelli Andrea e Cristoforo da Konritz[1].

 

Illustrissimi giovani, ho studiato quasi tutto d’un fiato, e senza sbadigliare, il dialogo di Georgius sul mondo minerale. Non saprei proprio dirvi se ne ho ricavato più diletto che preziosi insegnamenti: ho molto apprezzato la novità dell’argomento, mi hanno divertito le nobili divagazioni disseminate qui e là nel filo del discorso, ed ho gradito la semplicità del linguaggio, che mi ricorda un certo stile attico. In particolar modo, però, è stata l’efficacia dell’esposizione a catturare la mia attenzione, al punto che mi sembrava non tanto di leggere, ma piuttosto d’avere proprio sotto gli occhi quelle valli e quelle montagne, quelle macchine e quelle miniere. Non nego che, di fronte a così tanti filoni auriferi ed argentiferi, sono stato molto vicino a concepire una certa cupidigia verso quel genere di cose. Potessimo noi elevare al cielo il nostro spirito con lo zelo con cui scrutiamo le cose terrene! Non che io voglia denigrare questo tipo di lavoro (poiché è per noi che la terra fa nascere ciò che produce), ma questi filoni, per quanto fecondi siano, non possono rendere felice l’uomo, tanto che non pochi si pentiranno delle fatiche e delle spese profusevi, poiché solamente il filone scoperto dentro le Sacre Scritture arricchisce veramente l’uomo. Il nostro Georgius lo ha premesso in modo ammirevole: non ci saremmo certo aspettati nulla di mediocre da un tale ingegno. Vedo alcuni giovani che si accingono a rinnovare l’arte medica, tra cui Simon Rychwyn[2] che, oltre ad un’erudizione fuori del comune, dimostra un’estrema abilità di spirito e di modi di fare, e Joachim Martianus[3] di Gand, il cui talento sembra promettere cose precise e ben ponderate: non minori speranze ci mostra quest’esercizio preparatorio[4] di Georgius. Per questo sono molto contento del suo lavoro, e non dubito che Hieronymus Froben, per vostra grazia e per quella delle arti liberali, lo accetti volentieri per la stampa. Un caro saluto.

 

Friburgo in Brisgovia, 18 febbraio 1529.

 

BERMANNUS

 

ovvero

 

IL MONDO MINERALE

 

di Georgius Agricola, Medico

 

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NAE. – O Dio immortale! Che razza di macchina vedo? Serve forse per espugnare le città, come un tempo si faceva con gli arieti e le testuggini[5]?

BER. – Non proprio; ciò che vedi è stato costruito per espugnare questo filone, ricchissimo d’argento: anche questa è una macchina per sollevare.

NAE. – Che ci fanno qui dei cavalli?

BER. – Azionano questa macchina.

NAE. – E con quanta facilita! Come vorrei che ci fosse ancora il libro di Stratone di Lampsaco[6] che trattava delle macchine da miniera!

BER. – Ed io lo vorrei ancora di più. Infatti, io so che per quanto riguarda le macchine per il sollevamento non c’è rimasto quasi nulla, se non poche cose di Vitruvio[7].

NAE. – Nell’opera di Stratone io credo che si sarebbe potuto ritrovare la descrizione di quest’ingegnosa macchina, o d’altre simili.

BER. – Forse si sarebbero trovate. Tuttavia, se non m’inganno, i nostri minatori hanno inventato molte macchine, le quali sorpassano per ingegno quelle degli antichi, o almeno ne differiscono parecchio.

NAE. – Su ciò che ignoro, non discuto certo con te.

BER. – Io credo che Vitruvio abbia trascritto tutto ciò che gli antichi greci avevano detto sulle macchine. Solo se tu confronti quelle antiche con le nostre potrai giudicare che differenza vi sia. La profondità dei pozzi ha costretto i nostri artigiani ad inventare un gran numero di macchine per il sollevamento molto potenti. E ve ne sono da qualche tempo anche di più imponenti e più elaborate, entro pozzi molto profondi, come a Geyer, il mio paese natale, e soprattutto a Schneeberg, dove il pozzo della miniera, donde (a mia memoria) furono estratti favolosi tesori, raggiunge una profondità di quasi 200 braccia[8]; questa è la ragione per cui sono necessarie macchine di questo tipo.

NAE. – Che razza di pozzi profondi ci descrivi! Ma l’inferno è ancora più in basso?

BER. – Ben oltre; a Kuttenberg vi sono dei pozzi profondi più di 500 braccia.

NAE. – E i minatori non hanno ancora preso d’assalto ed espugnato il palazzo di Plutone?

ANC. – Certo che se fosse vera l’opinione dei pitagorici, che ritengono che la terra non sia al centro di tutto, ma che ruoti circolarmente attorno ad un punto mediano, già da molto tempo i minatori avrebbero aperto una via verso le genti che dicono trovarsi dalla parte opposta rispetto a noi, avendo perforato il globo da parte a parte con pozzi di tale profondità.

NAE. – Xenofane di Colofone ed Empedocle, che ritenevano che la profondità della terra fosse immensa ed infinita, avrebbero potuto far leva su questi argomenti, come su un’evidenza dei sensi, per confutare fortemente i loro avversari. Ma questi pozzi così profondi non si riempiono forse d’acqua?

BER. – A tale profondità alcuni sono completamente secchi, mentre altri contengono una quantità d’acqua tale che Talete di Mileto avrebbe potuto facilmente dimostrare che la terra, così come un legno, galleggia sull’acqua.

NAE. – Non è che per caso qualcuno dei vostri minatori, attraverso questi pozzi, è giunto fino allo Stige, a Cocito o a qualche altro fiume infernale?

BER. – A parte gli scherzi, è ben noto che in alcune miniere risiedono vari tipi di démoni, alcuni dei quali non fanno alcun male ai minatori, ma si limitano a vagare nei pozzi e, pur non facendo nulla, sembra che facciano un gran lavoro: scavano il filone, riempiono i secchi col materiale scavato, azionano le macchine per sollevare, e a volte stuzzicano gli operai, e ciò avviene molto più di frequente in quelle gallerie dove si estrae molto argento, oppure laddove si spera di trovarne molto. Ne esistono però anche altri, piuttosto nocivi e fastidiosi, come quelli che alcuni anni fa infestarono la miniera d’Annaberg chiamata Rosencreutz dove, com’è ben noto, uccisero dodici minatori: per questo la miniera fu abbandonata, benché fosse molto ricca d’argento[9].

ANC. – Psellus[10] menziona queste specie di demoni che risiedono nelle miniere (tra l’altro, ne conta sei tipi) e, se non mi sbaglio, afferma che proprio quest’ultima è la peggiore di tutte, poiché è rivestita di una materia più grossa.

BER. – Come ho già detto, ve ne sono alcuni talmente malvagi che i minatori li temono come la peste bubbonica, e fuggono. Altri invece sono più miti, tanto che i minatori non sono per nulla disturbati o molestati dalla presenza o dal rumore della loro attività, ma anzi sono i benvenuti, poiché di buon presagio. Ma tralasciamo i demoni. C’è bisogno di tante e di tali macchine per estrarre sia il materiale scavato, sia l’acqua che si accumula in fondo ai pozzi.

NAE. – Queste macchine e le altre attrezzature sarebbero sicuramente degne di essere trasmesse ai posteri.

BER. – Certamente ne sono degne, e credo che sarà fatto presto[11].

NAE. – Questo è un gran secchio!

BER. – A malapena si potrebbe riempire con otto di questi più piccoli: quindi questa macchina estrae in un solo giorno tanto materiale distaccato dal monte quanto le altre estraggono in otto giorni interi.

ANC. – La fune d’estrazione è grossa quanto una sartia di nave.

NAE. – Vediamo ciò che è stato estratto.

BER. – Lo potrete vedere meglio fuori della baracca, sul cumulo estratto dalla miniera. Esaminiamo dapprima il materiale argentifero: infatti, il sovrintendente della miniera mi ha detto che nel prossimo secchio che sarà estratto ce ne dovrebbe essere ad alto tenore d’argento.

NAE. – Non mi dispiacerà per niente!

ANC. – Neanche a me!

BER. – Non tarderà molto. Il pozzo è poco profondo, non più di 60 braccia. Se a 100 braccia[12] fornirà ancora argento allo stesso modo con cui ha iniziato, si estrarranno delle ricchezze veramente degne di un re.

NAE. – Quel che sarà, lo dirà l’avvenire.

BER. – Certamente, l’estensione del filone, il suo affioramento e le diramazioni promettono grandi cose. Ecco il secchio che esce dal pozzo, ed i sacchetti che vi sono stati posti dentro dal sovrintendente e dai suoi lavoranti vengono scaricati e portati in un edificio qui vicino. Perciò seguiamoli.

NAE. – Dici bene: saliamo con te a vedere questo materiale.

BER. – Entrate.

NAE. – Quanti secchi e secchielli vedo!

BER. – Tutti questi contengono materiale argentifero, e in questi, che vedi qui davanti, contengono Galena, o “Piombaggine”.

NAE. – Non è questa Piombaggine ciò che Plinio chiama anche Molybdaena[13]?

BER. – Penso di sì. Tuttavia, non tengo a tale opinione al punto di non potermene separare: se qualcuno, con ragioni chiare ed evidenti, mi provasse il contrario, non esiterei a lasciarla.

NAE. – Dici bene, e soprattutto così dovrebbe ragionare chiunque voglia ricercare la verità senza ostinazione ed accanimento. Ma ora dicci, ti prego, quali indizi ti persuadono a ritenere che questa sia Galena?

BER. – Io ti dirò ciò che si presenta a me come minatore, ma non dubito che filosofi e medici potrebbero dire molte più cose, con maggior cura e dettaglio, solo se volessero prendersi la briga d’applicare le loro menti a questi argomenti, che certo non richiedono considerazioni complicate. Si chiama Galena un filone sia di solo piombo, sia di una miscela di piombo e argento, almeno così ci dice Plinio molto chiaramente. Egli poi parla della terra che contiene argento[14]: “[esso] non può essere fuso se non con piombo o con il filone del piombo. E la chiamano Galena, che spesso si trova vicino al filone dell’argento”. Ma nel libro seguente egli scrive così[15]: “La Molybdaena, che altrove abbiamo chiamato Galena, è un filone comune di piombo e argento”.

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NAE. – Perché non diamo prima un’occhiata al cumulo di materiale posto attorno a questa baracca?

BER. – Potrete vedere quelle cose meglio e più comodamente in un altro luogo. Entriamo dunque nell’alloggio del sovrintendente di questa miniera.

ANC. – Per me sta bene, se non dispiace a Naevius.

NAE. – Non mi dispiace proprio per niente. Oh, buon Dio! Quanti secchi e canestri pieni di materiale argentifero vedo qui! Di che specie si tratta, che ha il colore dell’argento?

BER. – È argento[16].

NAE. – Cosa? Possibile che si tratti di argento lavorato al fuoco? Qui non vi sono né maestri argentieri, né officine per battere moneta.

BER. – Non è lavorato al fuoco, ma è semplicemente così come si è accresciuto nella sua vena, [com’è stato generato dalla natura]. Non vedi che da questa parte vi è ancora attaccato un pezzo di roccia?

NAE. – Lo vedo bene.

ANC. – Quante cose vedono gli osservatori esperti, che agli inesperti e ai rozzi rimarrebbero del tutto nascoste! Non solo Naevius, infatti, ma io stesso avrei detto che si trattava d’argento lavorato, se tu non ci avessi chiaramente mostrato, come fai sempre, un pezzo della roccia da cui è stato estratto ancora attaccata.

NAE. – Dopo aver visto ciò, non posso non credere a Bermannus; a Plinio fu del tutto ignoto che si potesse trovare argento puro, senza bisogno dell’opera delle fornaci, quando scrive[17]: “Si trova nei pozzi, e non vi è alcuna speranza di scovarne indizi per mezzo di pagliuzze brillanti, come nel caso dell’oro. Si ricava da una specie di terra rossa, e da un’altra di color cinerino”. In verità, se Plinio avesse visitato le nostre miniere, credo che non avrebbe mai scritto ciò.

BER. – Dunque Plinio nega che nei filoni si possano ritrovare delle pagliuzze d’argento? Da questo pozzo sono stati estratti non solo blocchi della grandezza che vedete ora, ma anche altri che pesavano più di due talenti[18], come possono testimoniare in molti.

NAE. – Ora mi accorgo che Plinio, uomo peraltro assai diligente e dotto, ha ignorato tantissime cose, soprattutto quelle relative al mondo minerale, ed ha tradotto in latino solamente ciò che aveva letto dai Greci, ed ha trascritto ciò che si sapeva esistere nelle miniere della Spagna. Difatti gli scrittori Greci, per quanto ne so, non dicono mai che si estragga argento puro dalle miniere, e dagli scritti di Plinio è evidente che in Spagna succede la stessa cosa.

BER. – Credo anch’io. Inoltre, l’argento nativo non si trova in tutte le miniere della Germania, ma solo in quelle attorno alla Boemia, come qui nei monti Sudeti e talvolta a Schneeberg, dove dalla miniera che chiamano Georgius ne è stata estratta una quantità tale che non si era mai cavata da nessun’altra miniera tedesca. In effetti, una volta, come mi è stato raccontato, se ne trovò un blocco così grande che il principe Alberto duca di Sassonia[19], che a memoria d’uomo è da lodare più d’ogni altro principe della Germania, sia per i suoi successi militari, sia per le sue fiorenti ricchezze (e fu il padre di questo Giorgio che oggi ci amministra con tanta saggezza), lo volle vedere. Per questo, egli discese nella miniera, e si portò dietro cibo e bevande, che furono apparecchiate sul blocco come su una mensa, attorno alla quale si accomodò con i suoi e disse: “L’Imperatore Federico[20] è ricco e potente, tuttavia certamente oggi non possiede una mensa di questo tipo”. Queste furono le parole del principe Alberto, meravigliandosi alquanto di una così gran massa d’argento puro. Maggior meraviglia n’ebbi però io, quando venni a sapere la somma totale di quest’argento cavato a Schneeberg.

NAE. – Ci racconti molte cose inaudite; ma quanto poteva pesare questo blocco?

BER. – Credo molto più di dieci [talenti].

NAE. – È pesante.

BER. – Gli argentieri comprano questo tipo d’argento, che ha già il suo colore, allo stesso prezzo dell’argento raffinato, qualora gli si sconti mezza dracma per oncia[21]. Il che è uno sconto usuale, poiché alcune parti della roccia da cui è stato staccato, come avete visto, possono rimanere attaccate. Molto spesso inoltre, contrariamente all’opinione di Plinio, si trovano anche delle sottilissime fogliette d’argento puro che ricoprono certe rocce, come vedete qui.

NAE. – Proprio per questo oserei dichiarare che oggi la Germania, in confronto a tutte le altre regioni, possiede un argento di qualità superiore, e molto più abbondante.

BER. – Sei del mio parere. Questo stesso argento puro si accresce in [si presenta sotto forma di] ramoscelli o filamenti capelliformi. Il medesimo talvolta si ritrova in guisa di matasse, intessute con fili sottilissimi, di colore bianchissimo, anche se talvolta un po’ rossicce. Infine, questa specie d’argento, per un meraviglioso artificio naturale, pare rappresentare la forma di un albero o di qualche manufatto, ciò che noi abbiamo osservato non senza un estremo piacere interiore.

NAE. – Queste opere della natura non possono che dilettare la schiera di coloro che si dedicano agli studi filosofici, della quale tu stesso fai parte, come mi sono accorto dalla nostra discussione precedente. Orbene, io ho appena visto come si possa ritrovare l’argento puro, senza il bisogno dell’opera delle fornaci, allo stesso modo in cui si trova l’oro puro, così come scrissero Plinio e Strabone[22], e come mi è stato mostrato di recente da qualcuno che lo ha portato da Kottenheide. Desidererei ora sapere da te se si possono ritrovare altri metalli così perfetti entro i loro filoni.

BER. – Il rame, e non solo nelle miniere di rame, ma anche in quelle d’argento.

ANC. – Se ben ricordo, Alberto[23] nega di averlo visto estrarre così, non frammisto ad altre sostanze rocciose.

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[1] Andrea e Cristoforo von Konritz (Könneritz), figli del sovrintendente Enrico von Konritz (vedi la lettera dedicatoria che segue) e allievi di Erasmo da Rotterdam, esercitarono alte cariche amministrative all’interno dell’Impero. È noto anche un terzo fratello di nome Erasmus. Andrea, che si laureò in utroque jure studiando anche a Bologna (1523-1527), e morì nel 1533, dopo aver esercitato la carica di consigliere aulico. Cristoforo morì nel 1557, dopo aver fatto carriera in Boemia.

[2] Corrispondente di Erasmo tra il 1528 e il 1531, fu medico personale di numerosi nobili renani, e concluse la carriera come medico dell’arcivescovo di Trèves. Nonostante le speranze di Erasmo, non pubblicò mai nulla.

[3] Joachim Maartens (Martianus), medico, in gioventù si occupò di alcune traduzioni di Galeno, ed ebbe frequenti contatti epistolari con Erasmo.

[4] "Progumnasma" nel testo, termine che in retorica indica un “esercizio” (di stile).

[5] Si tratta di macchine da guerra già descritte da Vitruvio (X, 14-15). L’ariete serviva per sfondare le mura, mentre la testuggine riparava gli assalitori dai proiettili lanciati dall’alto.

[6] Diogene Laerzio (V, 59) nell’elenco delle opere di Stratone di Lampsaco cita un trattato intitolato peri twn metallikwn mhcanikwn (le macchine delle miniere). L’opera di Stratone è perduta.

[7] Si vedano i meccanismi di sollevamento descritti in Vitruvio X, 1-10. Ai tempi di Agricola non si conoscevano ancora le opere dei meccanici greci (Erone, Filone e Archimede in particolare).

[8] Circa 350 m, vedi nota 43. Tramezzino (1550) traduce con “passo”: “Intendo il passo quanto è, aprendo uno huomo le braccia, da la punta d’una mano a l’altra” (aggiunta di Tramezzino, inclusa nel suo testo).

[9] Il medesimo episodio è riportato nel De animantibus subterraneis, in appendice al De re metallica.

[10] Michele Psellus, poligrafo bizantino del XI Secolo, scrisse numerose opere di demonologia. Marsilio Ficino pubblicò nel 1497 la traduzione latina, Ex Michaele Psello de daemonibus. Psellus sostiene che i demoni sono esseri corporei, nel senso che la loro anima, come la nostra, sarebbe dotata di uno spirito vitale invisibile. Esisterebbero sei tipi principali di demoni, secondo il loro luogo di residenza, terra, aria, acqua, fuoco, tenebre e sottosuolo. Essi sono più o meno “materiali” (o “spessi”) secondo che il loro luogo di residenza sia più o meno lontano dal cielo. I demoni sotterranei sono nocivi per i minatori e per gli scavatori di pozzi a causa delle loro esalazioni mortifere.

[11] Allusione al De re metallica.

[12] Rispettivamente 100 e 180 m. Vedi nota 43.

[13] Nel testo molubdainan. In questa prima digressione mineralogica, Agricola cerca di identificare tre materiali descritti in maniera poco chiara da Plinio, la Galena, la Molybdaena e la Piombaggine (Plumbago). Bermannus li identificherà come un solo materiale, la moderna Galena (PbS), solfuro di piombo, spesso argentifero, di colore grigio brillante e di facile sfaldatura. Plinio indica con Galena sia il minerale, sia il Litargirio, ossido di piombo ottenuto durante la coppellazione; il termine Molybdaena, ripreso dalla farmacologia greca, indica sia il minerale, sia dei prodotti della coppellazione; infine, Plinio usa anche il termine Plumbago, ma senza descriverlo.

[14] Plinio, XXXIII, 95. Piombo, plumbum nigrum; filone del piombo, vena plumbi.

[15] Plinio, XXXIII, 173.

[16] Si tratta di argento nativo.

[17] Plinio, XXXIII, 95.

[18] Il talento greco corrisponde a circa 26 kg, il talento di Egina a circa 38 kg. Si tratta di masse considerevoli, possibili, ma piuttosto rare in natura.

[19] Alberto Duca di Sassonia (1464-1500), padre di Giorgio il barbuto, successore al trono (1500-1539).

[20] Federico III il Pacifico (1415-1493).

[21] Un’oncia equivale a 8 dracme, quindi lo sconto è pari a poco più del 6%.

[22] Plinio, XXXIII, 66-78. Strabone, III, 2, 8.

[23] Alberto Magno, De mineralibus, III, 1, 1.